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Guida al diabete

Non basta la glicemia alta per la diagnosi di Diabete Tipo 2

Tempo di lettura: 4 minuti

Scritto da: Elvira Naselli 

La glicemia alta non basta per diagnosticare il Diabete Tipo 2, ci sono anche altri elementi da considerare, scopriamoli tutti.

Diagnosi di Diabete Tipo 2: la glicemia alta non basta per farla

Quali elementi si considerano per fare una diagnosi di Diabete Tipo 2? Chi è più a rischio? Chi ha una glicemia un po’ alta ma ancora nei range è destinato inevitabilmente ad ammalarsi? E quando si è in questa situazione si può tornare indietro e rendere questa condizione di prediabete reversibile?

Tante domande, alle quali risponde il professor Andrea Giaccari, diabetologo alla Fondazione Policlinico Universitario Gemelli di Roma.

Partiamo dalla diagnosi di Diabete. Quali sono gli elementi che consentono di farla con certezza?

Per la diagnosi di Diabete devono essere presenti due di queste tre analisi oppure la stessa ripetuta in due occasioni diverse: glicemia a digiuno superiore a 125 mg/dl, emoglobina glicata (valore che dà la media delle glicemie degli ultimi 2-3 mesi, ndr) superiore a 6,4% o glicemia a due ore dal carico orale di glucosio (OGTT, ovvero Oral Glucose Tolerance Test) superiore a 199 mg/dl. I valori normali sono fino a 99 mg/dl a digiuno, fino a 5,6% di glicata e fino a 139 dopo OGTT. Tutti i valori intermedi, anche uno solo, sono “pre-diabete”. E attenzione: averne uno normale non significa che lo siano anche gli altri, per questo bisogna farli tutti e tre.

Quindi non basta avere la glicemia a 126 mg/dl per essere considerati malati?

No, per la diagnosi di Diabete bisogna che ci siano due elementi su tre (tra glicemia, emoglobina glicata e OGTT) oppure una stessa misurazione ripetuta due volte.

 

Che cosa succede quando si è borderline, non ancora a livello di Diabete ma vicini alla soglia?

Il prediabete è una condizione intermedia che espone a un rischio maggiore di arrivare alla malattia: in genere una persona su 3 sviluppa Diabete nei cinque anni successivi. I due che non si ammalano probabilmente adottano comportamenti virtuosi, in primis l’attività fisica. Il Diabete è una malattia che si autoalimenta, anche in fase di prediabete, se non si interviene tende ad accelerare. Ma se invece si interviene il meccanismo rallenta progressivamente in modo drammatico, si riescono a guadagnare anche 15-20 anni senza malattia. Ed è dose-dipendente: più si fa attività fisica e più è efficace.

Chi è più a rischio di sviluppare il Diabete ?

I fattori di rischio sono molti: età, sesso, se qualcuno in famiglia ha già il Diabete, se si ha la pressione alta e si è sovrappeso, se si prendono alcuni farmaci, se si fa poca o nessuna attività fisica. Esiste un calcolatore di rischio online e il questionario Tuomilehto, che è in grado di stimare il rischio di sviluppare Diabete Tipo 2 nei dieci anni successivi. Sono otto domande – età, consumo di frutta e verdura, glicemia, indice di massa corporea, esercizio fisico, pressione, circonferenza vita e familiarità – e ad ognuna è collegato un punteggio. Un sistema veloce per capire se si è a rischio Diabete: in quel caso meglio andare a fare le analisi.

E se le analisi non sono allarmanti?

Bisogna comunque ripeterle almeno a cadenza annuale, se si è nel range di prediabete, sempre che si facciano interventi sullo stile di vita. Se non si ha prediabete, e però sono presenti i fattori di rischio analisi anche ogni due anni.

 

Diagnosi di Diabete: cosa fare?

Non spaventarsi ma non fare mai da soli. Ed evitare di eliminare pasta e pane o seguire le diete su internet, bisogna che ci sia un inquadramento in un centro specialistico dove, oltre al diabetologo, ci sono competenze nutrizionistiche ed esperti in attività fisica.

Ci sono dei sintomi cui fare attenzione?

Il Diabete non dà sintomi, quando il paziente lo scopre dagli esami non sa da quanto tempo i valori sono alti. La fortuna è che se non sono particolarmente alti si può anche tornare indietro. Se una persona ha la glicemia a 130 ma fa la dieta e corre (per quello che può), dopo due mesi avrà un valore nei limiti, anche 90. Ma è “remissione”, non cura: se smette torna tutto come prima. Tre dei quattro pilastri per affrontare questa malattia sono dieta, attività fisica ed educazione, ovvero capire perché e come curarsi, solo dopo arrivano i farmaci. E anche quando arrivano, lo stile di vita resta sempre la terapia più efficace: per questo va seguito per sempre.

I nostri nonni si ammalavano più tardi, oggi ci si ammala anche a 50 anni. Perché?

I nostri nonni andavano in bicicletta o a piedi e non erano sovrappeso. Il rischio che avevano loro di sviluppare la malattia è lo stesso che hanno i loro nipoti, ma poiché lo stile di vita dei nipoti non è così sano si ammalano a 45 anni, anziché a 65, costringendosi a una lunga convivenza con la malattia. Il nostro obiettivo è invece tardare quanto più possibile la comparsa del Diabete e poi, una volta che invece si manifesta, scegliere le terapie migliori per prevenire le complicanze di una malattia non compensata, ovvero patologie dell’occhio, dei reni, del piede, ma anche cuore e cervello.

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Elvira Naselli 
Vicecaporedattore presso la Repubblica Salute, vincitrice di numerosi premi giornalistici tra cui i premi Carlo Cannella e Unamsi per il giornalismo scientifico